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Il valore dell’assenza (consapevole) dei genitori che permette ai figli di crescere

Per me, come mamma, il campanello d’allarme è stato un episodio di pochi anni fa: avevo accompagnato mia figlia al saggio finale del corso di danza e sono entrata con lei nello spogliatoio per aiutarla a cambiarsi.

Ero l’unica mamma!

Mi ricordo di essermi bloccata e di aver pensato: “che cosa ci faccio qui?”

Subito dopo, ovviamente, un altro pensiero per giustificarmi: “eravamo in ritardo…aveva bisogno di aiuto…è la prima volta…”.

Quanti pensieri per evitare di vedere quello che, ad essere onesti, era chiaro fin da subito: ero l’unica mamma!

A quale bisogno stavo rispondendo in quel momento: a quello di mia figlia o al mio?

Il genitore chioccia

mamma chiocciaL’istinto primario di un genitore è quello di difendere la propria prole, accompagnarne la crescita in un ambiente protetto e sicuro, tenerla lontano dal pericolo.

Ecco perché, soprattutto per una mamma (ma anche i papà non sono immuni), è sempre difficile capire quando è arrivato il momento di lasciare andare un atteggiamento protettivo nei confronti dei figli e iniziare a far sì che inizino a cavarsela da soli.

Perché l’istinto ti porta a ripetere gli stessi atteggiamenti, a fare le stesse cose di sempre. Ma intanto loro crescono e i loro bisogni, le loro esigenze, mutano.

Perché è difficile uscire dal ruolo di genitore sempre presente

La nostra mente è elastica, adattabile, mutevole. Ma ha comunque bisogno di un certo tempo per adattarsi ai cambiamenti.

E un figlio che cresce, che comincia a non avere più un bisogno assoluto della nostra presenza, è un cambiamento emotivo e mentale enorme.

Presi come siamo dalle mille incombenze qutidiane, non siamo abituati a fare costantemente il punto, a ragionare su noi stessi e sui nostri atteggiamenti.

E così, di punto in bianco, ti trovi con una figlia che si imbarazza perché l’hai accompagnata in spogliatoio.

Il caso estremo: i costruttori di muri

Un atteggiamento genitoriale che non cambia, che rimane sempre protettivo nei confronti dei figli impedisce loro di fare esperienze da soli, di provare le proprie capacità. In poche parole, di crescere come individui.

L’album “The Wall” dei Pink Floyd è rappresentativo proprio di questo atteggiamento. La mamma del protagonista, anche a causa di una tragedia familiare, diventa iper-protettiva nei confronti del figlio e inizia – mattone dopo mattone – a costruirgli un muro attorno.

Per proteggerlo – si dice e gli dice lei – ma il risultato è un fanciullo fragile, incapace di affrontare la vita e le sue inevitabili difficoltà.

L’importanza del ruolo paterno e dell’osservazione degli altri

Come si capisce quando è arrivato il momento di mollare, di far fare ai figli i primi passi da soli?

In questo aiutano due cose: l’elemento maschile e l’osservazione degli altri.

Per formazione culturale e istinto, il padre è meno portato della madre ad agire atteggiamenti di protezione nei confronti dei figli. Il ruolo del maschile è quello di spingere all’autonomia, a far fare esperienze esterne alla sicurezza del focolare familiare.

E’ una cosa che possono (e devono) fare anche le donne, ma in maniera meno istintiva. Serve un grado maggiore di attenzione e di pensiero.

Ecco perché, in questo caso, ci viene in aiuto l’osservazione degli altri.

Tornando all’esempio del saggio di danza: è stato lì che ho capito che dovevo iniziare a farmi un po’ da parte, osservando gli altri genitori e i loro figli, leggendo il disagio di mia figlia, capendo che l’assenza fa parte della vita e del processo di crescita.

Ecco perché credo che i figli sia necessario pensarli, ma che sia vitale NON pensarli troppo.

Foto di apertura di Andrea Donato Alemanno

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