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Decidere con la testa o con il cuore

Decidere con la testa o con il cuore? Perché non possiamo dirci perfettamente razionali (ed è meglio così)

Tutti noi, chi più chi meno, siamo convinti di essere persone perfettamente razionali, capaci di prendere una decisione o valutare un fatto grazie alla nostra capacità di analizzare le prove che abbiamo di fronte.

La camicia da acquistare, il cibo da mettere in tavola, la decisione di iniziare una dieta o di cambiare lavoro, di comprare casa o di quale vacanza fare… tutte scelte che compiamo solo ed esclusivamente sulla base dei dati di fatto e di un ragionamento perfettamente logico.

Ma siamo sicuri che sia veramente così?

Le due razionalità

Prima di tutto dobbiamo definire cosa significa essere razionali.

Generalmente si distinguono due tipi di razionalità: quella epistemologica e quella strumentale.

La prima è quella che ci fa credere che le cose per le quali abbiamo prove certe ed evidenti siano corrette. E che, eventualmente, ci fa cambiare idea su un fatto quando veniamo a conoscenza di ulteriori prove.

Ad esempio: ieri sera era avanzata una fetta di torta e io mi sveglio sicuro che in frigo ce ne sia ancora per la mia colazione. Scendendo le scale ho però incontrato un mio amico goloso con la bocca sporca di briciole. Posso ragionevolmente pensare che quella fetta di torta sia sparita.

La seconda razionalità si attiva quando decidiamo di compiere una serie di azioni necessarie per arrivare ad un obiettivo. Ad esempio voglio dimagrire prima dell’estate e, quindi, predispongo un piano di esercizi che abbia quello scopo.

L’irrazionale dentro di noi

Non bisogna certo guardare troppo lontano per capire che la nostra supposta razionalità, alle volte, vacilla.

Quante diete abbiamo iniziato per poi abbandonarle? Quante sigarette erano l’ultima sigaretta? Quante volte abbiamo fatto mesi di ricerche di mercato per acquistare qualcosa e poi abbiamo cambiato idea all’ultimo minuto perché quello che avevamo scartato “aveva un colore così carino”? (e tanti saluti alla razionalità strumentale).

Per non parlare delle opinioni e credenze che siamo assolutamente certi siano basate su dati di fatto incontestabili, ma che tali non sono (e anche la razionalità epistemologica va a farsi un bel giretto).

Il ruolo delle emozioni nelle decisioni umane

All’inizio degli anni ’90 il neuro scienziato Antonio Damasio ha capito che le nostre decisioni – specialmente quelle importanti e strategiche, nelle quali la razionalità dovrebbe farla da padrona – sono in realtà già state prese dalla nostra pancia. Ha infatti notato come il corpo delle persone reagiva alle emozioni positive o negative in una decisione difficile.

Il bello è che questi messaggi fisici contribuiscono ad aumentare e rendere più efficiente il processo decisionale.

Questa idea è stata sviluppata recentemente dalla filosofa Lisa Bortolotti, che ha mostrato che la nostra mente tende a razionalizzare una decisione DOPO che l’abbiamo presa.

Semplificando: prima scelgo un vestito sulla base di impulsi emozionali e poi mi dico che era la scelta più logica da fare.

Decidere con la testa o con il cuore? Farlo (anche) con la pancia conduce ad una scelta migliore

I più grandi decisori del mondo sanno che il ruolo dell’intuizione, delle emozioni, sono fondamentali nel prendere una decisione strategica.

“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”, diceva Henry Ford. Ma la sua decisione di creare una fabbrica di automobili non si è basata solo su analisi statistiche, calcoli economici e ricerche di mercato.

Si è basata, in gran parte, su una sua intuizione, su un’emozione.

Con la sua intuizione, Ford ha cambiato il mondo.

perché si chiede scusa

Chiedere scusa per tutto ciò che si fa: perché non è bene e come provare a smettere (in tre mosse)

Chiedere scusa, quando si è fatto un errore, è importante. Denota la capacità di sapersi prendere le proprie responsabilità, di saper costruire relazioni basate sulla sincerità, di avere sicurezza in se stessi e nel rapporto con la persona a cui si rivolgono le scuse.

Un conto, però, sono le scuse dovute; un altro è il continuare a scusarsi con tutti su tutto ciò che si fa.

Quante volte abbiamo iniziato una mail o una telefonata importanti con un “Mi scusi se la disturbo…”, oppure al bar abbiamo chiesto un caffè con un “Mi scuso, potrei avere …”, o ancora ci siamo scusati al lavoro per un problema senza che la colpa fosse veramente nostra?

Chiedere scusa è un comportamento sociale

chiedere scusaQuesto impulso a chiedere scusa in continuazione potrebbe avere origine nella nostra educazione, quando “Chiedi scusa” era una delle frasi più spesso ripetute dagli adulti quando ci capitava di fare qualcosa di socialmente sbagliato (il che per un bambino è assolutamente normale, sta imparando le buone maniere).

Non c’è nulla di male nell’imparare i giusti comportamenti da tenere con le altre persone.

Il problema nasce quando questa tendenza alla cortesia si sovrappone ad altre tematiche psicologiche tipiche di chi chiede scusa troppo spesso e – soprattutto – quando non ne avrebbe alcuna necessità.

Perché si chiede scusa troppo spesso?

Se chiedere scusa quando si sbaglia è sintomo di forza d’animo, farlo quando non si dovrebbe potrebbe denotare una volontà di compiacere l’interlocutore, un sentimento di inferiorità nei suoi confronti o una scarsa sicurezza in noi stessi. Per evitare un possibile conflitto verbale, ci facciamo istintivamente da parte, concedendo la vittoria all’altro senza nemmeno provare a dare la nostra opinione.

In queste occasioni il nostro bambino interiore – quell’esserino spaventato e bisognoso d’affetto che continua a vivere in tutti noi – emerge e prende il controllo delle nostre reazioni senza che ce ne rendiamo conto. In men che non si dica siamo tornati ad essere QUEL bambino.

Chiedere sempre scusa è come un gatto che si morde la coda

La tendenza a chiedere sempre scusa viene da dentro di noi, è alimentata dalle nostre insicurezze e dal nostro bisogno di compiacere. Ma produce a sua volta potenti effetti negativi , che si ritorcono contro di noi e alimentano a loro volta le nostre insicurezze.

Dire “mi dispiace” anche quando sentiamo, profondamente e intimamente, che non è colpa nostra, che noi abbiamo fatto tutto quanto avremmo dovuto per evitare un problema è un duro colpo alla nostra autostima. Ci fa sentire più deboli e incapaci di sostenere un confronto e, la volta successiva, sarà ancora più difficile far valere la nostra opinione.
Nei rapporti interpersonali o di lavoro, poi, questa cattiva abitudine non manca di far passare al nostro interlocutore il messaggio che la sua opinione vale più della nostra o che, messi di fronte alla giusta dose di aggressività, noi ci tiriamo indietro.

Cominciamo a chiedere scusa solo quando realmente serve: tre passi da compiere

1.    Riflettiamo su come la nostra educazione può aver alimentato questa tendenza all’eccesso di scuse

Riflettere sulle proprie reazioni istintive è il modo migliore per iniziare a comprendere come funziona la nostra mente, su quali sono i nostri punti deboli e dove dobbiamo lavorare per migliorare noi stessi.

Chiediamoci, ad esempio, se quando eravamo bambini la nostra opinione aveva un valore oppure se non veniva mai presa in considerazione.

Oppure valutiamo qual è la nostra prima reazione quando il nostro interlocutore mette in discussione il nostro parere. Ci sentiamo arrabbiati? Oppure deboli? O ancora delusi?

2.    Esaminiamo il contesto

Ripensiamo a tutte le occasioni nelle quali abbiamo preferito non iniziare una discussione di fronte ad una posizione sulla quale non eravamo assolutamente d’accordo, ma espressa in maniera aggressiva o da una personalità forte.

Per ognuna, cerchiamo di capire quali sono le costanti che ci mettono in difficoltà, provocando le scuse (aggressività dell’interlocutore? Un contesto intimidente? Aver dormito male la notte prima?).

3.    Sostituiamo le scuse non dovute con un discorso argomentato che comunichi il nostro punto di vista

Non sempre è possibile, ma quando abbiamo abbastanza tempo un ottimo modo per limitare le proprie debolezze è quello di prepararsi a fondo, magari provando e riprovando un discorso, un esame o una lezione davanti allo specchio.

E’ come un addestramento: dobbiamo partire dalle cose più semplici, dai contesti più protetti per poi alzare man mano l’asticella della difficoltà.

Se, ad esempio, il partner o un familiare ci mettono in difficoltà in determinate occasioni (spesso capita quando sono arrabbiati o stanchi) perché non approfittarne per iniziare una discussione pacata e civile, mettendo in chiaro il proprio punto di vista senza aggressività?

Ogni passo, per quanto piccolo, è una vittoria che ci porta un po’ più lontano, aumenta la nostra autostima, diminuisce l’ansia di fronte al prossimo interlocutore.

E un domani, con impegno, riusciremo persino a dire “Mi dispiace” sentendoci bene.

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