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Spunti, riflessioni e suggerimenti per migliorare la vita

Cambiamento e psicoanalisi

Cambiamento è rendersi conto di ciò che si è

Il sintomo è una coazione a ripetere sempre gli stessi schemi. Una cura psicoanalitica cerca di trasformare un funzionamento ripetitivo in un funzionamento creativo […]. L’intervento terapeutico consiste nel cambiare la maniera in cui una persona parla del proprio modo di essere, e quindi pensa il proprio modo di essere, lo costituisce e lo rappresenta“.

Mi piace e mi trova concorde la definizione di cura psicoanalitica che fa Nicolò Terminio, nell’articolo di Annamaria Testa “Psicoanalisi in treno” sull’Internazionale.

Mi trova d’accordo perché mette al centro non il cambiamento – inteso come lo stravolgimento del proprio essere – ma il cambiamento che passa non dalla forzatura, ma dal rendersi conto di ciò che si è.

In sostanza: chi siamo.

Da qui parte il lavoro terapeutico, che ha anche a che fare con quello che non possiamo controllare, coi nostri errori, cercando di vedere l’insieme di ciò che siamo.

Come nella pittura ad acquerello, dove un errore può arricchire il nostro disegno dandogli una luce, un movimento che non avevamo previsto, calcolato, ma che ci ha permesso di guardare il nostro quadro in maniera diversa o di prendere decisioni che hanno cambiato la prospettiva del disegno.

Questo lo vedo accadere con i miei pazienti in studio e con i miei pazienti on-line.

Anche la terapia a mediazione tecnologica offre le sue opportunità di ascolto di quel sintomo di cui parlava Terminio.

assenza genitori

Il valore dell’assenza (consapevole) dei genitori che permette ai figli di crescere

Per me, come mamma, il campanello d’allarme è stato un episodio di pochi anni fa: avevo accompagnato mia figlia al saggio finale del corso di danza e sono entrata con lei nello spogliatoio per aiutarla a cambiarsi.

Ero l’unica mamma!

Mi ricordo di essermi bloccata e di aver pensato: “che cosa ci faccio qui?”

Subito dopo, ovviamente, un altro pensiero per giustificarmi: “eravamo in ritardo…aveva bisogno di aiuto…è la prima volta…”.

Quanti pensieri per evitare di vedere quello che, ad essere onesti, era chiaro fin da subito: ero l’unica mamma!

A quale bisogno stavo rispondendo in quel momento: a quello di mia figlia o al mio?

Il genitore chioccia

mamma chiocciaL’istinto primario di un genitore è quello di difendere la propria prole, accompagnarne la crescita in un ambiente protetto e sicuro, tenerla lontano dal pericolo.

Ecco perché, soprattutto per una mamma (ma anche i papà non sono immuni), è sempre difficile capire quando è arrivato il momento di lasciare andare un atteggiamento protettivo nei confronti dei figli e iniziare a far sì che inizino a cavarsela da soli.

Perché l’istinto ti porta a ripetere gli stessi atteggiamenti, a fare le stesse cose di sempre. Ma intanto loro crescono e i loro bisogni, le loro esigenze, mutano.

Perché è difficile uscire dal ruolo di genitore sempre presente

La nostra mente è elastica, adattabile, mutevole. Ma ha comunque bisogno di un certo tempo per adattarsi ai cambiamenti.

E un figlio che cresce, che comincia a non avere più un bisogno assoluto della nostra presenza, è un cambiamento emotivo e mentale enorme.

Presi come siamo dalle mille incombenze qutidiane, non siamo abituati a fare costantemente il punto, a ragionare su noi stessi e sui nostri atteggiamenti.

E così, di punto in bianco, ti trovi con una figlia che si imbarazza perché l’hai accompagnata in spogliatoio.

Il caso estremo: i costruttori di muri

Un atteggiamento genitoriale che non cambia, che rimane sempre protettivo nei confronti dei figli impedisce loro di fare esperienze da soli, di provare le proprie capacità. In poche parole, di crescere come individui.

L’album “The Wall” dei Pink Floyd è rappresentativo proprio di questo atteggiamento. La mamma del protagonista, anche a causa di una tragedia familiare, diventa iper-protettiva nei confronti del figlio e inizia – mattone dopo mattone – a costruirgli un muro attorno.

Per proteggerlo – si dice e gli dice lei – ma il risultato è un fanciullo fragile, incapace di affrontare la vita e le sue inevitabili difficoltà.

L’importanza del ruolo paterno e dell’osservazione degli altri

Come si capisce quando è arrivato il momento di mollare, di far fare ai figli i primi passi da soli?

In questo aiutano due cose: l’elemento maschile e l’osservazione degli altri.

Per formazione culturale e istinto, il padre è meno portato della madre ad agire atteggiamenti di protezione nei confronti dei figli. Il ruolo del maschile è quello di spingere all’autonomia, a far fare esperienze esterne alla sicurezza del focolare familiare.

E’ una cosa che possono (e devono) fare anche le donne, ma in maniera meno istintiva. Serve un grado maggiore di attenzione e di pensiero.

Ecco perché, in questo caso, ci viene in aiuto l’osservazione degli altri.

Tornando all’esempio del saggio di danza: è stato lì che ho capito che dovevo iniziare a farmi un po’ da parte, osservando gli altri genitori e i loro figli, leggendo il disagio di mia figlia, capendo che l’assenza fa parte della vita e del processo di crescita.

Ecco perché credo che i figli sia necessario pensarli, ma che sia vitale NON pensarli troppo.

Foto di apertura di Andrea Donato Alemanno

Smartphone e bambini: come (e quando) educarli ad un utilizzo consapevole

Il rapporto che i nostri figli hanno con le nuove tecnologie della comunicazione è estremamente diverso dal nostro.

Per noi esisteva solo la televisione. Era perciò relativamente facile per i nostri genitori dare regole semplici da seguire e verificare il nostro corretto comportamento: tot ore al giorno, dopo aver fatto i compiti, e stop.

Oggi tra smartphone, tablet, pc connessi ad internet, consolle per i videogiochi le possibilità per i nostri figli sono praticamente infinite. E aumentano esponenzialmente le difficoltà di noi genitori, anche di fronte a bambini spesso più abili di noi nella gestione di tutti questi oggetti tecnologici.

Quello che non cambia è la necessità di stare accanto a loro. Per insegnare, educare ed accompagnare nell’esplorazione di un mondo nuovo e strano, pieno di attrattive e potenziali trappole.

Quando regalare il primo telefonino?

La prima domanda da farsi è: quando? A che età i nostri figli sono mentalmente pronti a gestire questo strumento? Una risposta univoca, in realtà, non esiste. Dipende da molti fattori: le esigenze familiari, la maturità dei figli, la volontà e la possibilità di noi genitori di fare da tutor in questo percorso.

Generalmente i pediatri e gli educatori sconsigliano l’utilizzo del cellulare per tutta la scuola elementare e, possibilmente, anche per le medie.

In realtà è difficile che oggi un dodicenne non abbia in tasca uno smartphone e i genitori cominciano a porsi una seconda domanda…

Si può insegnare ad utilizzare uno smartphone?

smartphone e bambini

Diciamocelo subito: probabilmente un dodicenne di oggi, che ha avuto in mano un tablet o un pc o lo smartphone di mamma e papà e che si confronta quotidianamente con i propri coetanei ha già un bagaglio di informazioni tecniche pari o superiore al nostro.

Sarà già capace di scaricarsi le sue app, di effettuare il login, di cercare video e tutorial su internet.

Non dobbiamo certo insegnar loro la tecnica, ma accompagnarli nella gestione attenta e consapevole.

In questo senso, l’obiettivo da raggiungere è far capire ai nostri figli che il telefonino non è un gioco, ma uno strumento: utile, divertente, potente ma anche potenzialmente pericoloso.

Il genitore “mentore digitale”

Quando nostro figlio inizia a camminare, sosteniamo i suoi primi passi; quando inizia ad andare in bicicletta lo sorreggiamo finché non sarà in grado di cavarsela da solo.

Per l’uso del cellulare la cosa è, più o meno, la stessa.

Finche non avrà preso piena consapevolezza, l’uso dello smartphone sarà supervisionato, guidato e condiviso da noi genitori, magari prendendo a pretesto la nostra scarsa conoscenza tecnica: possiamo, ad esempio, farci spiegare come si usano le app di messaggistica (Whattsapp, Telegram o Messenger che sia) e cogliere l’occasione per spiegare alcune regole base di comportamento a tutela della privacy e dell’identità digitale di nostro figlio (niente condivisione di foto o informazioni private, vietate le catene di sant’antonio, vietatissimo sparlare o deridere gli altri).

Il ruolo fondamentale della fiducia reciproca

Come in tutti i campi dell’educazione, proibire qualcosa non è un buon approccio: crea aspettativa, ansie e contrasti. Molto meglio condividere, imparare insieme, parlare dei dubbi.

Questo approccio fornirà l’occasione di educare pian piano, affrontando i problemi man mano che si presentano e inserendo gradualmente le regole basilari per l’utilizzo dello smartphone.

Soprattutto nei primi tempi, questo significa che l’accesso al telefono dovrà essere apertamente condiviso, ma sempre con rispetto reciproco. Niente incursioni notturne e di nascosto, per intenderci, ma – ad esempio – una visione delle chat fatta insieme, chiedendo informazioni sui componenti dei gruppi, sui contatti, sui numeri di telefono non registrati in rubrica.

Nostro figlio deve sapere per che noi non guarderemo mai il telefono senza la sua presenza e approvazione, ma deve anche sapere che ogni tanto chiederemo di vedere insieme a lui le attività svolte. Per analizzare le criticità e imparare a gestire al meglio lo strumento.

In conclusione

C’è poco da fare: che lo si voglia o meno lo smartphone è ormai parte integrante delle nostre vite e di quelle di nostri figli. Il nostro compito di genitori è quello di educare alla vita e, quindi, insegnare ai figli ad utilizzare uno strumento tecnologico seguendo le norme di sicurezza, la scala di valori e di comportamento che ci attendiamo seguano anche nella vita quotidiana.

Senza caricare questo passaggio di eccessive ansie o paure, ma anche senza sottovalutarne i potenziali pericoli e difficoltà.

Per approfondire:

Michele Facci:Generazione Cloud. Essere genitori ai tempi di smartphone e tablet

 

stress sotto controllo

Gastrite: quando lo stomaco ci parla di noi e della nostra mente

Fateci caso: durante le vacanze estive mangiamo di più, in maniera più sregolata e ci concediamo molte di quelle licenze alimentari (il bicchiere di vino, quel fritto misto che ci attira tanto, il dolce a fine pasto) che generalmente stiamo attenti a non permetterci. Eppure raramente il nostro stomaco ne risente. E’ come se riuscissimo a digerire “anche i sassi”.

Poi, da settembre in avanti, basta un nonnulla per ritrovarci con la nostra amica gastrite, quel bruciorino di stomaco che ci accompagna sempre e per il quale basta qualche piccolo “sgarro” alle abitudini per trasformarsi in un fastidiosissimo fuoco alla bocca dello stomaco.

Lo stomaco: un laboratorio chimico in miniatura

Dal punto di vista fisiologico, il nostro stomaco è un vero e proprio laboratorio chimico in miniatura. Il suo compito è “bruciare” il cibo e trasformarlo in elementi essenziali utili al nostro corpo grazie all’azione dei succhi gastrici.
Un compito, questo, che dal punto di vista simbolico è molto importante perché rappresenta il nutrimento sia dal punto di vista fisico sia da quello emotivo (affetti, emozioni, legami personali).

 

La produzione di succhi gastrici e il rapporto con il sistema nervoso

Semplificando molto, possiamo dire che i succhi gastrici sono composti da acidi che attaccano gli alimenti e li scompongono grazie alla loro azione corrosiva.
Le più recenti ricerche hanno anche dimostrato che la produzione di succhi gastrici aumenta con l’iperattività del sistema nervoso autonomo.
Va da sé che, essendo per natura aggressivi, se i succhi gastrici sono prodotti in eccesso provocano una serie di disturbi al nostro stomaco che vanno dal banale bruciore alla più grave ulcera.

Il potere simbolico dello stomaco

E’ significativo il ruolo dello stomaco anche nella mitologia: pensiamo al racconto biblico di Giona che, nello stomaco della balena, trova la sua strada nel mondo. Ma anche alla favola di Pinocchio, che nella balena ritrova suo padre e la sua umanità.
Questo perché il nutrimento è uno degli istinti primordiali dell’uomo, è il primo approccio alla madre (e, reciprocamente, al figlio). Mangiare significa introdurre dentro di sé parti del mondo esterno e trasformarle secondo i propri bisogni.

Quando lo stomaco “inghiotte” tutte le cose che non ci vanno

Quando ci fa male lo stomaco, dunque, non dipende solo dalla qualità o quantità di cibo inserito, ma anche dal cibo “simbolico”, affettivo ed emotivo. Anche nel linguaggio comune parliamo di una situazione che “non ci va giù” o che “non digeriamo”, di persone che “ci stanno sullo stomaco”. I disturbi dello stomaco raccontano quindi di un’abitudine a mandare giù cose che non sopportiamo, come se il suo compito fosse anche quello di digerire la rabbia che non riusciamo ad esprimere.

Rabbia ed aggressività inespresse od eccessive e rapporto con il bruciore di stomaco

Sul lavoro, in macchina, con figli e parenti. Sono tante le situazioni quotidiane nelle quali dobbiamo inghiottire bocconi amari senza poter replicare – sia per convenienza, gerarchia, quieto vivere – oppure nelle quali abbiamo reazioni eccessivamente rabbiose, smisurate. Ed è in questi casi che il nostro stomaco può diventare il “portavoce” fisico della nostra incapacità di gestire e comunicare al meglio le nostre emozioni. In questi casi manca o è carente la capacità di elaborare i nostri vissuti.
Dal punto di vista psicologico la rabbia e l’aggressività sono le emozioni che, se inespresse o non controllate, influiscono maggiormente sul sistema digerente.

Imparare a riconoscere e a gestire le nostre emozioni

stress sotto controllo

Tenere sotto controllo lo stress con sport e pratiche di meditazione è importante, così come imparare a gestire al meglio i cibi e le bevande che ingeriamo. Ma quando il bruciore di stomaco, la gastrite sono chiaramente legati alla nostra difficoltà nell’esprimere o nel controllare la nostra rabbia e la nostra aggressività (che sono, spesso, la faccia della stessa medaglia) allora è necessario capire il perché della loro origine e della nostra difficoltà.

In questi casi, il ricorso ad una figura esterna può aiutare a canalizzare la rabbia in modo costruttivo e consapevole, rendendola un importante supporto e impedendole di danneggiarci.
Magari insieme ad un cucchiaino di bicarbonato.

 

 

noia creatività

La noia nei bambini: un potente stimolo alla creatività

Nelle frenetiche vite nostre e dei nostri figli, che spazio lasciamo alla noia, al tedio e all’ozio?

Agende da top manager…a cinque anni!

A settembre ricomincia la scuola e, con lei, ritorna l’antico dilemma su come occupare ed organizzare le giornate dei figli tra lezioni, sport, corsi di teatro, arte, musica. Tutti pensati per stimolarli e sviluppare la loro creatività.

Un vero  e proprio tour de force che costringe i genitori a fare i salti mortali per trovare il corso giusto, che possa piacere e che sia compatibile anche con gli impegni di noi genitori, dei nonni, degli zii…

Alla fine di tutto ci ritroviamo a fare i conti con un calendario settimanale fitto di impegni, stressante per noi genitori e – purtroppo – anche per i nostri figli, alle prese con un orario denso come quello di un top manager di una multinazionale.

La noia: l’incubo dell’uomo moderno

In tutto questo, infatti, abbiamo dimenticato di lasciare uno spazio libero per quello che è il vero e proprio incubo dell’uomo moderno: la noia!

Eh si, perché la noia, lo stare senza fare niente (almeno in apparenza) è importante per chiunque, ma soprattutto per dei bambini che stanno crescendo ed hanno dei ritmi di vita e di pensiero che non sono quelli degli adulti.

Fateci caso: noi adulti, di fronte ad un’ora libera, siamo portati a riempirla con qualunque cosa, senza mai concederci quello che gli antichi romani chiamavano otium, ossia quel momento di apparente inattività nel quale la mente riflette sugli eventi della giornata, li mette in ordine, li elabora per dar loro un senso.

Al giorno d’oggi la parola ozio non ha più quel valore positivo, ma – in una società che ha fatto della produttività e della velocità il suo faro illuminante – ha assunto un senso fortemente negativo.

In realtà l’ozio, che è il padre della noia, ha un valore fondamentale per gli adulti, ma ancora di più per i bambini.

noia creatività

Il diritto alla noia per i bambini

Mi viene in mente un pensiero di Enrica Tesio chiamato proprio “Il diritto alla noia”:

Io bambino pretendo di sdraiarmi a terra guancia al pavimento, con i pensieri a ciondoloni, lasciando che le sinapsi si creino da sé, senza che un adulto mi incalzi, mi stimoli, mi parli in inglese, mi canti in francese, mi proponga di costruire un monolocale arredato con i tubi della carta igienica e i legnetti dei ghiaccioli. Si chiama pausa bambino e, a meno che la usi per fumarmi una sigaretta, fa benissimo.

Attraverso la noia, dunque, i bambini imparano a gestire il proprio tempo e sviluppano le loro preferenze. Imparano, cioè, a scegliere cosa fare e cosa non fare dello spazio libero che la giornata offre loro.

La noia stimola la creatività e la crescita

La noia, poi, è un potente stimolo alla creatività: impone uno sforzo di fantasia per non annoiarsi più (la noia, infatti, è noiosa).

Inoltre, come diceva lo psicologo Adam Phillips nel suo libro “Sul bacio, il solletico e la noia”: “la capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere” perché la noia dà la possibilità di contemplare la vita, di analizzarla piuttosto che correvi attraverso senza soffermarsi a pensare a quello che succede.

Che, in fondo, era quello che già sostenevano gli antichi romani.

Quanto ci siamo annoiati da bambini…

Se pensiamo alla nostra infanzia… quando e quanto ci siamo annoiati  e come questi momenti, in modo consapevole oppure no, hanno messo in moto delle nostre azioni per farsi che quella situazione non si ripetesse.

Certo non sempre ci siamo riusciti ma la possibilità di agire per uscire da una situazione per noi noiosa l’abbiamo sperimentata e acquisita.

La capacità, in parte, di cavarsela da soli.

figli in vacanza da soli

Figli in vacanza da soli: come gestire le ansie (dalla parte di una mamma)

Il viaggio non è molto lungo e le montagne si avvicinano in fretta. Siamo tutti e quattro in macchina, con il papà alla guida, per accompagnare i nostri figli a fare un’esperienza in un campo estivo.  Una prima assoluta per tutti noi: la grande non è mai stata via così a lungo, per il piccolo è una prima assoluta. Il papà vede davanti a sé una settimana tutta per noi e io – la mamma – gestisco meglio che posso la mia ansia.

La scelta è stata molto ponderata; insieme abbiamo valutato con attenzione i lati positivi e i possibili lati negativi e alla fine abbiamo deciso che era il momento giusto per loro di fare un passo importante: fare un esperienza da soli senza mamma e papà.

Il primo passo: preparare le valigie

preparare le valigie
Avrò messo tutto nelle valigie o avrò dimenticato qualcosa?

Già nella preparazione delle valigie il mio sentimento era ambivalente: da una parte l’attenzione alla parte pratica: scegliere i vestiti, le scarpe, le calze e le mutande, lo spazzolino, il dentifricio, la crema solare; dall’altra il lavorio nella mia mente: ‘ho pensato a tutto? Mi sono dimenticata
qualcosa? E se succedesse questo? e se succedesse quello?’.

La mia mente vaga come un automa e i pensieri vanno e vengono. La parte razionale controlla, organizza le valigie e sistema le cose… scegli insieme a loro le magliette e i pantaloni, fai fare a loro le valigie perché
è importante che possano sperimentarsi…

Poi, pian piano, l’altra parte -quella emotiva – comincia a farsi sempre più importante: e qui trattengo i pensieri. Forse più che trattenere li sto a guardare: e se dovesse succedere qualcosa? Speriamo si
ambientino, speriamo non sentano troppo la mancanza, speriamo. Poi altri pensieri, quelli incoraggianti: questa esperienza fa bene, è importante, stanno crescendo, devono imparare a stare nel mondo senza di noi.

Figli in vacanza da soli: la preparazione al distacco

Il viaggio continua. In macchina si scherza e noi adulti sottolineiamo le parti importanti di questa
esperienza. Quante cose potranno fare, quante cose nuove potranno sperimentare. Si anticipa insieme la tristezza della sera, quando si andrà a nanna, la malinconia, la nostalgia di casa e di come
questa faccia parte di un percorso ti apprendimento al distacco.

Perché il compito di noi genitori, fin dalla loro nascita, è di prepararli ad andare verso il mondo. Anche se il mondo che noi conosciamo come adulti ci spaventa tanto.

Il distacco: gestire il dolore, la paura e l’angoscia (dei genitori)

I bambini sono stati finalmente consegnati e noi genitori ci rimettiamo in macchina e partiamo.
Certo, nel saluto siamo stati sorridenti, li abbiamo abbracciati e abbiamo visto la struttura insieme a loro,  gli abbiamo detto che gli vogliamo un mondo di bene e poi un arrivederci.

Anche grazie al lavoro di molti studiosi del mondo infantile come Donald Winnicott, Anna Freud, Melanie Klein o John Bolwby conosciamo tanto sul distacco dei bambini, sulla separazione, su come sei importante per loro. Ma tutto questo cosa significa per noi genitori? Che cosa sentiamo
e cosa proviamo?
E’ come provare una sorta di dolore: alcune volte in maniera intensa, altre più lievemente, ma è presente e continuo.
Al dolore si uniscono le emozioni, la paura, alcune volte forse anche l’angoscia.

E poi ci sono i pensieri. I pensieri che possa accadere qualcosa di brutto è che noi non saremo lì a
proteggerli. Ci ricordiamo in maniera prepotente dove loro sono più fragili e ci ricordiamo
con minor forza dove loro invece sono abili.

Affrontare le paure dei genitori osservando la realtà

Quando questo capita è importante per noi genitori capire, osservare dove realmente
esistono dei pericoli e dove invece questi – che vanno comunque contemplati – diventano giganti
dentro di noi a tal punto da fermare l’esperienza dei nostri figli.

Come dice la dottoressa Maria Grazia Vallorani, il ruolo del genitore è come quello del giardiniere, che mette la sua consapevolezza al servizio della pianta (il figlio), cura il seme, lo pianta nella terra giusta, nella quale esistono tutte le proprietà perché quel piccolo seme possa diventare una
grande e forte pianta. La protegge durante la crescita, la annaffia e – quando necessario – ne pota i rami.

Lasciare andare i figli può provocare dolore, ma un genitore consapevole sa che affrontare quel dolore è necessario per far crescere un figlio forte e capace di affrontare il mondo.

Decidere con la testa o con il cuore

Decidere con la testa o con il cuore? Perché non possiamo dirci perfettamente razionali (ed è meglio così)

Tutti noi, chi più chi meno, siamo convinti di essere persone perfettamente razionali, capaci di prendere una decisione o valutare un fatto grazie alla nostra capacità di analizzare le prove che abbiamo di fronte.

La camicia da acquistare, il cibo da mettere in tavola, la decisione di iniziare una dieta o di cambiare lavoro, di comprare casa o di quale vacanza fare… tutte scelte che compiamo solo ed esclusivamente sulla base dei dati di fatto e di un ragionamento perfettamente logico.

Ma siamo sicuri che sia veramente così?

Le due razionalità

Prima di tutto dobbiamo definire cosa significa essere razionali.

Generalmente si distinguono due tipi di razionalità: quella epistemologica e quella strumentale.

La prima è quella che ci fa credere che le cose per le quali abbiamo prove certe ed evidenti siano corrette. E che, eventualmente, ci fa cambiare idea su un fatto quando veniamo a conoscenza di ulteriori prove.

Ad esempio: ieri sera era avanzata una fetta di torta e io mi sveglio sicuro che in frigo ce ne sia ancora per la mia colazione. Scendendo le scale ho però incontrato un mio amico goloso con la bocca sporca di briciole. Posso ragionevolmente pensare che quella fetta di torta sia sparita.

La seconda razionalità si attiva quando decidiamo di compiere una serie di azioni necessarie per arrivare ad un obiettivo. Ad esempio voglio dimagrire prima dell’estate e, quindi, predispongo un piano di esercizi che abbia quello scopo.

L’irrazionale dentro di noi

Non bisogna certo guardare troppo lontano per capire che la nostra supposta razionalità, alle volte, vacilla.

Quante diete abbiamo iniziato per poi abbandonarle? Quante sigarette erano l’ultima sigaretta? Quante volte abbiamo fatto mesi di ricerche di mercato per acquistare qualcosa e poi abbiamo cambiato idea all’ultimo minuto perché quello che avevamo scartato “aveva un colore così carino”? (e tanti saluti alla razionalità strumentale).

Per non parlare delle opinioni e credenze che siamo assolutamente certi siano basate su dati di fatto incontestabili, ma che tali non sono (e anche la razionalità epistemologica va a farsi un bel giretto).

Il ruolo delle emozioni nelle decisioni umane

All’inizio degli anni ’90 il neuro scienziato Antonio Damasio ha capito che le nostre decisioni – specialmente quelle importanti e strategiche, nelle quali la razionalità dovrebbe farla da padrona – sono in realtà già state prese dalla nostra pancia. Ha infatti notato come il corpo delle persone reagiva alle emozioni positive o negative in una decisione difficile.

Il bello è che questi messaggi fisici contribuiscono ad aumentare e rendere più efficiente il processo decisionale.

Questa idea è stata sviluppata recentemente dalla filosofa Lisa Bortolotti, che ha mostrato che la nostra mente tende a razionalizzare una decisione DOPO che l’abbiamo presa.

Semplificando: prima scelgo un vestito sulla base di impulsi emozionali e poi mi dico che era la scelta più logica da fare.

Decidere con la testa o con il cuore? Farlo (anche) con la pancia conduce ad una scelta migliore

I più grandi decisori del mondo sanno che il ruolo dell’intuizione, delle emozioni, sono fondamentali nel prendere una decisione strategica.

“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”, diceva Henry Ford. Ma la sua decisione di creare una fabbrica di automobili non si è basata solo su analisi statistiche, calcoli economici e ricerche di mercato.

Si è basata, in gran parte, su una sua intuizione, su un’emozione.

Con la sua intuizione, Ford ha cambiato il mondo.

Genitori e figli: educare non è un mestiere come un altro

Esiste davvero il mestiere del genitore? Esiste, cioè, una tecnica universale da poter applicare per essere certi del risultato finale? La risposta, ovviamente, è un bel NO.

Quando si parla di educazione dei figli le variabili in campo sono tali e tante da rendere poco prevedibile l’esito dei nostri sforzi.

Educare un figlio è dunque una battaglia persa in partenza? Anche in questo caso, per fortuna, la risposta è NO: vediamo perché.

Essere genitori, il mestiere più complicato del mondo

“Quando si ha un bambino non si può ipotecare il suo futuro” scriveva Sigmund Freud, intendendo così spiegare come l’esito dei nostri interventi educativi non debba necessariamente condurre all’esito che noi ci aspettiamo (o meglio, speriamo).

I nostri figli, fin dai primi giorni di vita, sono esseri umani con un’identità ben precisa. Magari ancora allo stato grezzo, magari passibile di modifiche e di aggiustamenti, ma hanno comunque un carattere di cui dobbiamo tener conto nel corso della loro crescita.

Non si può, infatti, pensare di applicare ogni volta la stessa regola e sperare di avere lo stesso risultato ottenuto in passato. Sarebbe come lanciare dieci frecce di seguito e centrare lo stesso identico punto ogni volta. Sarebbe bello, ma è praticamente impossibile perché le circostanze esterne cambiano ogni volta, magari impercettibilmente ma cambiano.

La parola magica è “adattabilità”

L’essere umano non è diventato la specie dominante del pianeta perché è l’animale più forte, o il più veloce, o il più astuto. Lo è diventato perché ha saputo adattarsi alle circostanze, ha saputo vivere in ambienti diversissimi tra loro cambiando pelle (letteralmente) ogni volta e ogni volta imparando cose nuove, evolvendosi, modificandosi.

“Adattabilità” è dunque la parola magica che ha decretato il successo della specie umana e la varietà dei comportamenti dei bambini – che tanti grattacapi procura agli educatori – è in realtà la chiave del loro successo: favorisce infatti il loro adattamento ad un mondo in rapido mutamento.

In questo contesto, impostare un “programma” di educazione rigido, basato su regole ferree ed universali è dunque limitante, per l’educatore e per il bambino stesso.

Il segreto: accettare i propri limiti

Accettare il fatto che non possiamo “costruire” i nostri figli come noi li vorremmo, che non possiamo sostituirci a loro per evitare che facciano errori (che, molto spesso, sono gli stessi che abbiamo fatto noi) significa accettare i propri limiti di genitore.

Genitori e figli

Non è facile, per nulla. Avere l’esperienza e la maturità per capire immediatamente che quello che il bambino (o l’adolescente) sta facendo condurrà al disastro (più o meno grande) complica ancor più le cose.

Ma è dagli errori che si impara. Se la NASA, per fare un esempio, non avesse rischiato di far esplodere una serie di razzi solo per paura di sbagliare, sulla Luna l’uomo non sarebbe mai arrivato.

Il ruolo dei genitori è come quello di un giardiniere

Dunque, massima libertà ai figli di sperimentare e nessun intervento dei genitori? Qualcuno, in passato, ha ipotizzato un’educazione basata sulla completa libertà, ma la cosa non ha funzionato. Così come non ha funzionato l’educazione basata totalmente sulla gerarchia e regole ferree.

In realtà il compito dei genitori è estremamente importante perché, come fanno i giardinieri con i fiori, devono preparare un terreno adatto in cui farli crescere, curare il germoglio, dargli la libertà di svilupparsi assecondando le sue potenzialità e attitudini.

Come diceva lo psicanalista inglese Donald Winnicott, bisogna sostenere il “gesto spontaneo” del bambino, aiutandolo a riconoscere il proprio sé. Così facendo, anche se prenderanno una strada diversa da quella che avevamo immaginato per loro, porteranno sempre il nostro amore e la nostra approvazione, affrontando il mondo con più sicurezza.

D’altronde una rosa non sarà mai una viola e un bravo giardiniere capisce come adattare i suoi interventi ad una specie piuttosto che all’altra. Alla fine del percorso, se abbiamo fatto tutto con amore e rispetto, avremo comunque due splendidi fiori.

perché si chiede scusa

Chiedere scusa per tutto ciò che si fa: perché non è bene e come provare a smettere (in tre mosse)

Chiedere scusa, quando si è fatto un errore, è importante. Denota la capacità di sapersi prendere le proprie responsabilità, di saper costruire relazioni basate sulla sincerità, di avere sicurezza in se stessi e nel rapporto con la persona a cui si rivolgono le scuse.

Un conto, però, sono le scuse dovute; un altro è il continuare a scusarsi con tutti su tutto ciò che si fa.

Quante volte abbiamo iniziato una mail o una telefonata importanti con un “Mi scusi se la disturbo…”, oppure al bar abbiamo chiesto un caffè con un “Mi scuso, potrei avere …”, o ancora ci siamo scusati al lavoro per un problema senza che la colpa fosse veramente nostra?

Chiedere scusa è un comportamento sociale

chiedere scusaQuesto impulso a chiedere scusa in continuazione potrebbe avere origine nella nostra educazione, quando “Chiedi scusa” era una delle frasi più spesso ripetute dagli adulti quando ci capitava di fare qualcosa di socialmente sbagliato (il che per un bambino è assolutamente normale, sta imparando le buone maniere).

Non c’è nulla di male nell’imparare i giusti comportamenti da tenere con le altre persone.

Il problema nasce quando questa tendenza alla cortesia si sovrappone ad altre tematiche psicologiche tipiche di chi chiede scusa troppo spesso e – soprattutto – quando non ne avrebbe alcuna necessità.

Perché si chiede scusa troppo spesso?

Se chiedere scusa quando si sbaglia è sintomo di forza d’animo, farlo quando non si dovrebbe potrebbe denotare una volontà di compiacere l’interlocutore, un sentimento di inferiorità nei suoi confronti o una scarsa sicurezza in noi stessi. Per evitare un possibile conflitto verbale, ci facciamo istintivamente da parte, concedendo la vittoria all’altro senza nemmeno provare a dare la nostra opinione.

In queste occasioni il nostro bambino interiore – quell’esserino spaventato e bisognoso d’affetto che continua a vivere in tutti noi – emerge e prende il controllo delle nostre reazioni senza che ce ne rendiamo conto. In men che non si dica siamo tornati ad essere QUEL bambino.

Chiedere sempre scusa è come un gatto che si morde la coda

La tendenza a chiedere sempre scusa viene da dentro di noi, è alimentata dalle nostre insicurezze e dal nostro bisogno di compiacere. Ma produce a sua volta potenti effetti negativi , che si ritorcono contro di noi e alimentano a loro volta le nostre insicurezze.

Dire “mi dispiace” anche quando sentiamo, profondamente e intimamente, che non è colpa nostra, che noi abbiamo fatto tutto quanto avremmo dovuto per evitare un problema è un duro colpo alla nostra autostima. Ci fa sentire più deboli e incapaci di sostenere un confronto e, la volta successiva, sarà ancora più difficile far valere la nostra opinione.
Nei rapporti interpersonali o di lavoro, poi, questa cattiva abitudine non manca di far passare al nostro interlocutore il messaggio che la sua opinione vale più della nostra o che, messi di fronte alla giusta dose di aggressività, noi ci tiriamo indietro.

Cominciamo a chiedere scusa solo quando realmente serve: tre passi da compiere

1.    Riflettiamo su come la nostra educazione può aver alimentato questa tendenza all’eccesso di scuse

Riflettere sulle proprie reazioni istintive è il modo migliore per iniziare a comprendere come funziona la nostra mente, su quali sono i nostri punti deboli e dove dobbiamo lavorare per migliorare noi stessi.

Chiediamoci, ad esempio, se quando eravamo bambini la nostra opinione aveva un valore oppure se non veniva mai presa in considerazione.

Oppure valutiamo qual è la nostra prima reazione quando il nostro interlocutore mette in discussione il nostro parere. Ci sentiamo arrabbiati? Oppure deboli? O ancora delusi?

2.    Esaminiamo il contesto

Ripensiamo a tutte le occasioni nelle quali abbiamo preferito non iniziare una discussione di fronte ad una posizione sulla quale non eravamo assolutamente d’accordo, ma espressa in maniera aggressiva o da una personalità forte.

Per ognuna, cerchiamo di capire quali sono le costanti che ci mettono in difficoltà, provocando le scuse (aggressività dell’interlocutore? Un contesto intimidente? Aver dormito male la notte prima?).

3.    Sostituiamo le scuse non dovute con un discorso argomentato che comunichi il nostro punto di vista

Non sempre è possibile, ma quando abbiamo abbastanza tempo un ottimo modo per limitare le proprie debolezze è quello di prepararsi a fondo, magari provando e riprovando un discorso, un esame o una lezione davanti allo specchio.

E’ come un addestramento: dobbiamo partire dalle cose più semplici, dai contesti più protetti per poi alzare man mano l’asticella della difficoltà.

Se, ad esempio, il partner o un familiare ci mettono in difficoltà in determinate occasioni (spesso capita quando sono arrabbiati o stanchi) perché non approfittarne per iniziare una discussione pacata e civile, mettendo in chiaro il proprio punto di vista senza aggressività?

Ogni passo, per quanto piccolo, è una vittoria che ci porta un po’ più lontano, aumenta la nostra autostima, diminuisce l’ansia di fronte al prossimo interlocutore.

E un domani, con impegno, riusciremo persino a dire “Mi dispiace” sentendoci bene.

dolore tempo

Il tempo guarisce le ferite: ecco come una fiaba africana ci racconta questa verità

Il nostro corpo è in grado di guarire da solo da una ferita di lieve e media entità. Ha solo bisogno di tempo.

Si tratta di un processo chiamato “omeostasi”, ed è un meccanismo di autoregolazione che permette di adattarsi ai cambiamenti.

Così come il corpo, anche la nostra anima ha bisogno di tempo per guarire da un dolore.

In ogni cultura esistono proverbi o storie che spiegano come sia necessario concedersi e concedere del tempo per poter superare un momento di crisi.

Per comprendere questa verità, io ho scelto una vecchia favola etiope:

La donna e il leone

Una donna sposò un vedovo con un figlio ancora bambino, molto addolorato per la morte della sua mamma. La donna, commossa dalla pena del bambino, promise a se stessa: “Sarò io una buona mamma per lui, così il suo dolore avrà fine”.

E da quel giorno decise di impiegare tutte le sue energie per conquistare l’amore del bambino.

Quando tornava nella capanna per i pasti, gli preparava i cibi migliori che fosse in grado di cucinare, ma lui li allontanava con un gesto stizzito: “La mia mamma sì, che sapeva cucinare. Questa roba non mi piace”.

E così per tutto: ogni cosa la donna facesse, il bambino la respingeva e si attaccava al ricordo della sua mamma.

La richiesta dello stregone

Disperata, la donna decise di rivolgersi allo stregone del villaggio per chiedergli aiuto: “preparami una magia per conquistare l’amore del mio nuovo bambino”, lo implorò.

“Va bene”, risponde lo stregone, “ma mi servono due baffi del leone più feroce che sta nella foresta. E devi essere tu a prenderli”.

La donna, sconvolta, chiese allo stregone come mai sarebbe riuscita a prendere due baffi di un leone, ma questi fu irremovibile.

La donna, disperata, cominciò a pensare a come poter ottenere i due baffi e una notte il desiderio di conquistare il cuore del bambino diventò così forte da farle prendere una decisione.

Avvicinarsi al leone

guarire ferite tempoLa mattina seguente, dopo essersi procurata un pezzo di carne, si avvicinò al territorio del leone e lo depositò a terra, dopodiché se ne andò.

Il giorno seguente fece la stessa cosa, solo lasciò il pezzo di carne un po’ più vicino al territorio del leone.

E così il giorno dopo ancora, e ancora, e ancora.

Fino a quando arrivò proprio davanti alla tana del leone, che ormai la aspettava paziente.

La donna, pur terrorizzata, mise la carne ai piedi del leone e questi cominciò a mangiare. Era così assorto dal suo pasto, che non si accorse nemmeno quando la donna staccò un paio di baffi e li portò via con sé.

La risposta dello stregone

“Ecco i due baffi che mi avevi chiesto”, disse la donna allo stregone quando tornò al villaggio, “adesso preparami finalmente la magia che mi avevi promesso per conquistare il mio nuovo bambino”.

Lo stregone la guardò a lungo in silenzio, prima di dire: “non bastano i baffi di un leone per conquistare il cuore di un figlio, mi dispiace”.

“Ma tu me lo avevi promesso!”, singhiozzò la donna disperata, “e io ho rischiato la vita per prenderli. Che cos’altro può fare una povera donna per conquistare l’affetto del suo bambino?”.

“Questo non lo so, lo sai già tu. Sai perché non ti posso preparare la magia?”, chiese lo stregone. “Perché non è più nelle mie mani, ormai, ma è già nelle tue.

E la magia è semplicemente questa: devi fare con il tuo bambino esattamente come hai fatto con il leone”.

Si può guarire dal dolore, bisogna però concedersi del tempo

Come la donna ha avuto bisogno di tempo per abituare il leone alla sua presenza, così doveva concedere del tempo al bambino per superare il dolore per la scomparsa della madre.

 

 

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