Mese: Marzo 2017

perché si chiede scusa

Chiedere scusa per tutto ciò che si fa: perché non è bene e come provare a smettere (in tre mosse)

Chiedere scusa, quando si è fatto un errore, è importante. Denota la capacità di sapersi prendere le proprie responsabilità, di saper costruire relazioni basate sulla sincerità, di avere sicurezza in se stessi e nel rapporto con la persona a cui si rivolgono le scuse.

Un conto, però, sono le scuse dovute; un altro è il continuare a scusarsi con tutti su tutto ciò che si fa.

Quante volte abbiamo iniziato una mail o una telefonata importanti con un “Mi scusi se la disturbo…”, oppure al bar abbiamo chiesto un caffè con un “Mi scuso, potrei avere …”, o ancora ci siamo scusati al lavoro per un problema senza che la colpa fosse veramente nostra?

Chiedere scusa è un comportamento sociale

chiedere scusaQuesto impulso a chiedere scusa in continuazione potrebbe avere origine nella nostra educazione, quando “Chiedi scusa” era una delle frasi più spesso ripetute dagli adulti quando ci capitava di fare qualcosa di socialmente sbagliato (il che per un bambino è assolutamente normale, sta imparando le buone maniere).

Non c’è nulla di male nell’imparare i giusti comportamenti da tenere con le altre persone.

Il problema nasce quando questa tendenza alla cortesia si sovrappone ad altre tematiche psicologiche tipiche di chi chiede scusa troppo spesso e – soprattutto – quando non ne avrebbe alcuna necessità.

Perché si chiede scusa troppo spesso?

Se chiedere scusa quando si sbaglia è sintomo di forza d’animo, farlo quando non si dovrebbe potrebbe denotare una volontà di compiacere l’interlocutore, un sentimento di inferiorità nei suoi confronti o una scarsa sicurezza in noi stessi. Per evitare un possibile conflitto verbale, ci facciamo istintivamente da parte, concedendo la vittoria all’altro senza nemmeno provare a dare la nostra opinione.

In queste occasioni il nostro bambino interiore – quell’esserino spaventato e bisognoso d’affetto che continua a vivere in tutti noi – emerge e prende il controllo delle nostre reazioni senza che ce ne rendiamo conto. In men che non si dica siamo tornati ad essere QUEL bambino.

Chiedere sempre scusa è come un gatto che si morde la coda

La tendenza a chiedere sempre scusa viene da dentro di noi, è alimentata dalle nostre insicurezze e dal nostro bisogno di compiacere. Ma produce a sua volta potenti effetti negativi , che si ritorcono contro di noi e alimentano a loro volta le nostre insicurezze.

Dire “mi dispiace” anche quando sentiamo, profondamente e intimamente, che non è colpa nostra, che noi abbiamo fatto tutto quanto avremmo dovuto per evitare un problema è un duro colpo alla nostra autostima. Ci fa sentire più deboli e incapaci di sostenere un confronto e, la volta successiva, sarà ancora più difficile far valere la nostra opinione.
Nei rapporti interpersonali o di lavoro, poi, questa cattiva abitudine non manca di far passare al nostro interlocutore il messaggio che la sua opinione vale più della nostra o che, messi di fronte alla giusta dose di aggressività, noi ci tiriamo indietro.

Cominciamo a chiedere scusa solo quando realmente serve: tre passi da compiere

1.    Riflettiamo su come la nostra educazione può aver alimentato questa tendenza all’eccesso di scuse

Riflettere sulle proprie reazioni istintive è il modo migliore per iniziare a comprendere come funziona la nostra mente, su quali sono i nostri punti deboli e dove dobbiamo lavorare per migliorare noi stessi.

Chiediamoci, ad esempio, se quando eravamo bambini la nostra opinione aveva un valore oppure se non veniva mai presa in considerazione.

Oppure valutiamo qual è la nostra prima reazione quando il nostro interlocutore mette in discussione il nostro parere. Ci sentiamo arrabbiati? Oppure deboli? O ancora delusi?

2.    Esaminiamo il contesto

Ripensiamo a tutte le occasioni nelle quali abbiamo preferito non iniziare una discussione di fronte ad una posizione sulla quale non eravamo assolutamente d’accordo, ma espressa in maniera aggressiva o da una personalità forte.

Per ognuna, cerchiamo di capire quali sono le costanti che ci mettono in difficoltà, provocando le scuse (aggressività dell’interlocutore? Un contesto intimidente? Aver dormito male la notte prima?).

3.    Sostituiamo le scuse non dovute con un discorso argomentato che comunichi il nostro punto di vista

Non sempre è possibile, ma quando abbiamo abbastanza tempo un ottimo modo per limitare le proprie debolezze è quello di prepararsi a fondo, magari provando e riprovando un discorso, un esame o una lezione davanti allo specchio.

E’ come un addestramento: dobbiamo partire dalle cose più semplici, dai contesti più protetti per poi alzare man mano l’asticella della difficoltà.

Se, ad esempio, il partner o un familiare ci mettono in difficoltà in determinate occasioni (spesso capita quando sono arrabbiati o stanchi) perché non approfittarne per iniziare una discussione pacata e civile, mettendo in chiaro il proprio punto di vista senza aggressività?

Ogni passo, per quanto piccolo, è una vittoria che ci porta un po’ più lontano, aumenta la nostra autostima, diminuisce l’ansia di fronte al prossimo interlocutore.

E un domani, con impegno, riusciremo persino a dire “Mi dispiace” sentendoci bene.

dolore tempo

Il tempo guarisce le ferite: ecco come una fiaba africana ci racconta questa verità

Il nostro corpo è in grado di guarire da solo da una ferita di lieve e media entità. Ha solo bisogno di tempo.

Si tratta di un processo chiamato “omeostasi”, ed è un meccanismo di autoregolazione che permette di adattarsi ai cambiamenti.

Così come il corpo, anche la nostra anima ha bisogno di tempo per guarire da un dolore.

In ogni cultura esistono proverbi o storie che spiegano come sia necessario concedersi e concedere del tempo per poter superare un momento di crisi.

Per comprendere questa verità, io ho scelto una vecchia favola etiope:

La donna e il leone

Una donna sposò un vedovo con un figlio ancora bambino, molto addolorato per la morte della sua mamma. La donna, commossa dalla pena del bambino, promise a se stessa: “Sarò io una buona mamma per lui, così il suo dolore avrà fine”.

E da quel giorno decise di impiegare tutte le sue energie per conquistare l’amore del bambino.

Quando tornava nella capanna per i pasti, gli preparava i cibi migliori che fosse in grado di cucinare, ma lui li allontanava con un gesto stizzito: “La mia mamma sì, che sapeva cucinare. Questa roba non mi piace”.

E così per tutto: ogni cosa la donna facesse, il bambino la respingeva e si attaccava al ricordo della sua mamma.

La richiesta dello stregone

Disperata, la donna decise di rivolgersi allo stregone del villaggio per chiedergli aiuto: “preparami una magia per conquistare l’amore del mio nuovo bambino”, lo implorò.

“Va bene”, risponde lo stregone, “ma mi servono due baffi del leone più feroce che sta nella foresta. E devi essere tu a prenderli”.

La donna, sconvolta, chiese allo stregone come mai sarebbe riuscita a prendere due baffi di un leone, ma questi fu irremovibile.

La donna, disperata, cominciò a pensare a come poter ottenere i due baffi e una notte il desiderio di conquistare il cuore del bambino diventò così forte da farle prendere una decisione.

Avvicinarsi al leone

guarire ferite tempoLa mattina seguente, dopo essersi procurata un pezzo di carne, si avvicinò al territorio del leone e lo depositò a terra, dopodiché se ne andò.

Il giorno seguente fece la stessa cosa, solo lasciò il pezzo di carne un po’ più vicino al territorio del leone.

E così il giorno dopo ancora, e ancora, e ancora.

Fino a quando arrivò proprio davanti alla tana del leone, che ormai la aspettava paziente.

La donna, pur terrorizzata, mise la carne ai piedi del leone e questi cominciò a mangiare. Era così assorto dal suo pasto, che non si accorse nemmeno quando la donna staccò un paio di baffi e li portò via con sé.

La risposta dello stregone

“Ecco i due baffi che mi avevi chiesto”, disse la donna allo stregone quando tornò al villaggio, “adesso preparami finalmente la magia che mi avevi promesso per conquistare il mio nuovo bambino”.

Lo stregone la guardò a lungo in silenzio, prima di dire: “non bastano i baffi di un leone per conquistare il cuore di un figlio, mi dispiace”.

“Ma tu me lo avevi promesso!”, singhiozzò la donna disperata, “e io ho rischiato la vita per prenderli. Che cos’altro può fare una povera donna per conquistare l’affetto del suo bambino?”.

“Questo non lo so, lo sai già tu. Sai perché non ti posso preparare la magia?”, chiese lo stregone. “Perché non è più nelle mie mani, ormai, ma è già nelle tue.

E la magia è semplicemente questa: devi fare con il tuo bambino esattamente come hai fatto con il leone”.

Si può guarire dal dolore, bisogna però concedersi del tempo

Come la donna ha avuto bisogno di tempo per abituare il leone alla sua presenza, così doveva concedere del tempo al bambino per superare il dolore per la scomparsa della madre.

 

 

rispettare la personalità dei bambini

Rispettare la personalità dei bambini: non sono computer da programmare

In un mondo che cambia così rapidamente, nel quale nuove scoperte scientifiche vengono annunciate ogni giorno, sembra sempre più necessario ricorrere agli “specialisti” in ogni ambito della nostra vita.

Crescere un figlio: dalla tradizione alla “tecnica”

Crescere un figlio non fa eccezione. Soprattutto quando la grande famiglia allargata del passato – nella quale spesso nonni, figli e nipoti vivevano tutti assieme e le competenze venivano tramandate di generazione in generazione – è scomparsa, sostituita dalla cosiddetta “famiglia mononucleare”.
Non è questo il luogo per analisi storico-sociali, ma in ogni caso questi cambiamenti hanno modificato il rapporto dei neogenitori con i figli. Le risposte ai dubbi di mamme e papà, che un tempo venivano risolti con l’esperienza di chi aveva già cresciuto un piccolo, sono state spesso demandate ai manuali di puericultura.

I manuali per genitori ampliano la conoscenza tradizionale

Non fraintendetemi, di per sé la conoscenza non è mai un male e il sapere contenuto nei libri approfondisce quello comunicato in via tradizionale, lo amplia e ne corregge le storture.
Sapere, ad esempio, che un bambino piccolo piange per comunicare disagio che è il caso di risolvere (pannolino sporco, fame, mal di pancia) è meglio che sentirsi dire che “sta facendo i capricci, lascialo da solo nel lettino e vedrai che smetterà”.

I libri non sono “manuali di istruzioni” e i bambini non sono macchine

bambini non sono macchine da programmareIl problema nasce quando si leggono i libri per trovare le regole generali da applicare sempre e comunque. L’equazione “Se succede A fai B” va bene quando si programma un computer o si progetta un ponte, non quando si cresce un figlio. Cosa che – paradossalmente – è una questione un po’ più complessa.
I bambini non sono una macchina da programmare, non reagiscono sempre nello stesso modo agli stimoli e, soprattutto, hanno ognuno la propria personalità, fin da piccoli.

Rispettare la personalità dei bambini è il primo passo

Io ho due figli e, fin dai primissimi mesi di vita, le differenze tra loro sono apparse evidenti. Mentre la grande, ad esempio, non amava essere abbracciata e baciata in ogni momento (ma solo quando era lei a chiederlo), il piccolo è sempre stato più “coccoloso”.
Rimanendo su questo esempio: i manuali insegnano l’importanza del contatto fisico per trasmettere calore e affetto, ma è solo l’ascolto concreto, il lasciare aperte le porte delle sensazioni e dei sentimenti, ad insegnare ad una madre e ad un padre a trattare con rispetto e amore quella persona in miniatura che è il loro bambino.

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